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LA BIOGRAFIA DI HENRIK IBSEN
Henrik Johan Ibsen nacque il 20 marzo 1828 nella
piccola città portuale norvegese di Skien. Cresciuto in una facoltosa famiglia
di commercianti, trascorse la prima infanzia circondato dal lusso e da un
elevato status sociale. Tuttavia, questo senso di sicurezza svanì quando Henrik
aveva solo sette anni: l'attività del padre fallì e la famiglia fu costretta a
trasferirsi a Venstøp, una fattoria fatiscente fuori città. I vecchi amici e
vicini voltarono le spalle ai "decaduti". Questo brusco declassamento
e l'isolamento sociale costituirono un trauma fondamentale per Ibsen; comprese
presto l'ipocrisia di una società in cui il rispetto si misura solo in denaro,
e questa esperienza di ingiustizia divenne in seguito il motore principale
della sua opera, dedicata all'analisi della fragilità delle facciate borghesi.
A soli quindici anni, il futuro genio dovette lasciare
la casa paterna per iniziare una vita indipendente a Grimstad, dove lavorò come
apprendista farmacista. Lì visse in estrema povertà, spesso senza nemmeno i
soldi per un cappotto decente. Eppure fu proprio lì, nelle ore tarde della
notte, che iniziò a scrivere i primi versi e la sua opera d'esordio, Catilina.
In questo periodo avvenne anche uno dei fatti più controversi della sua vita: a
diciotto anni ebbe un figlio illegittimo da una serva di dieci anni più
anziana. Sebbene Ibsen abbia pagato gli alimenti per sedici anni – un onere
finanziario colossale per lui – non riconobbe mai il bambino come parte della
sua vita e non lo incontrò mai. Ciò rivela un tratto precoce del suo carattere:
un distacco severo, quasi gelido, verso tutto ciò che minacciava la sua libertà
personale e creativa.
La svolta avvenne nel 1851, quando il celebre
violinista Ole Bull notò il talento del giovane poeta e lo invitò a lavorare al
teatro di Bergen. Qui Ibsen non solo scrisse i suoi primi drammi storici, ma
conobbe anche la futura moglie, Suzannah Thoresen. Lei divenne l'ancora della
sua vita: donna di forte carattere, intellettuale e intransigente, fu la prima
lettrice e critica delle sue opere. A differenza di molte donne dell'epoca,
Suzannah non cercò di "addomesticarlo", ma al contrario lo spronò a
essere un ricercatore della verità affilato e spietato. Il loro matrimonio,
sebbene segnato dal difficile temperamento di Ibsen, rimase solido fino alla
morte, e il prototipo di Suzannah si riflette in molti dei potenti personaggi
femminili dei suoi drammi.
Nonostante il successo professionale a teatro, Ibsen
si sentiva soffocare in Norvegia, oppresso dal provincialismo, dai debiti e
dalle costanti critiche alle sue idee "troppo moderne". Nel 1864,
dopo aver ricevuto una piccola borsa di studio, prese la decisione radicale di
lasciare la patria. Partì per un esilio volontario tra Italia e Germania, dove
trascorse ben 27 anni. Affermava che solo dalla distanza poteva vedere
chiaramente la Norvegia e i suoi vizi. Vivendo a Roma, Dresda e Monaco, si
trasformò nella "Sfinge del Nord", un uomo pedante sempre in
redingote, il cui aspetto era impeccabile quanto la sua scrivania, ma nella cui
mente nascevano le opere più scandalose del XIX secolo.
L'opera di Ibsen può essere suddivisa in tre fasi
distinte. La prima è quella romantica e filosofica, segnata dai poemi
drammatici Brand e Peer Gynt, che gli diedero fama in tutta Europa. La seconda
fase è quella del grande realismo sociale, durante la quale apparvero Casa di
bambola (1879), Spettri (1881) e Un nemico del popolo (1882). Queste opere
scioccarono l'opinione pubblica, poiché Ibsen osò parlare di liberazione della
donna, ereditarietà e corruzione politica – temi considerati indecenti nei salotti
del tempo. La terza fase, quella tardiva, è caratterizzata da un profondo
simbolismo e psicologismo, rappresentata magistralmente da Hedda Gabler e Il
d'anitra selvatica, che esplorano l'oscurità interiore dell'essere umano e il
crollo delle illusioni vitali.
La fama mondiale rese Ibsen ricco e rispettato, ma il
suo carattere rimase schivo e pieno di eccentricità. Aveva un panico atroce per
le malattie infettive, per cui evitava di stringere la mano agli sconosciuti, e
nel suo famoso cilindro portava sempre un piccolo specchio per controllare
furtivamente il proprio aspetto. Ibsen adorava onorificenze e medaglie, e le
sfoggiava persino in casa, come a voler compensare l'umiliazione infantile del
fallimento paterno. Fu un uomo di conflitto interiore: sebbene criticasse le
istituzioni statali, ne bramava il riconoscimento; sebbene scrivesse di
libertà, sottomise la propria vita privata a una routine maniacalmente
rigorosa.
Le sue posizioni erano radicali in termini di
individualismo: Ibsen credeva che l'essere umano fosse più forte quando sta da
solo contro la moltitudine. Non si identificò mai con alcun partito politico,
affermando che il suo compito era porre domande, non dare risposte. La sua
affermazione che "la maggioranza non ha mai ragione" fece infuriare i
liberali, mentre il suo sostegno ai diritti delle donne terrorizzò i
conservatori. Fu un fanatico della verità, convinto che la società potesse
guarire solo esponendo senza pietà tutti i suoi "spettri" e segreti.
Nel 1891, Ibsen tornò finalmente in Norvegia come una
leggenda vivente. Si stabilì in un lussuoso appartamento a Oslo, dove ogni
giorno compiva lo stesso rituale: recarsi al Grand Café per osservare i
passanti. In vecchiaia fu colpito da diversi ictus che gli tolsero gradualmente
la capacità di scrivere e, infine, di parlare. Negli ultimi anni, la
"Sfinge del Nord" sedeva accanto alla finestra, guardando la strada,
mentre i passanti si fermavano per rispetto verso quest'uomo grande e misterioso
che aveva trasformato il dramma mondiale.
Henrik Ibsen morì il 23 maggio 1906, lasciando dietro
di sé un ultimo segno di ribellione. Quando l'infermiera cercò di confortarlo
mentendo sul suo miglioramento, raccolse le ultime forze e pronunciò il suo
famoso: "Tvertimod!" (Al contrario!). Non fu solo una constatazione
medica, ma il credo di tutta la sua vita: opporsi sempre alla menzogna, alle
illusioni e alla comoda ingiustizia. Fu sepolto con funerali di Stato, ma il
suo vero monumento non è il marmo a Oslo, bensì il fatto che oggi, nel 2026, le
sue opere continuano a essere rappresentate in tutto il mondo, ponendo le
stesse domande scomode sulla libertà dell'anima umana.
CARATTERISTICHE DEL DRAMMA DI HENRIK IBSEN
Henrik Ibsen ha modernizzato il teatro cambiando
fondamentalmente la natura del dramma e il suo rapporto con la realtà. La sua
opera è considerata lo spartiacque tra il vecchio teatro d'intrattenimento e il
nuovo teatro intellettuale. La sua più grande innovazione fu il passaggio da
intrighi artificiali a un profondo realismo sociale, in cui il conflitto
interiore dei personaggi divenne più importante dell'azione esterna. Ibsen fu
il primo a osare portare la quotidianità della classe media sul palcoscenico,
trasformando un comune salotto nel luogo in cui si decidono le questioni
fondamentali dell'esistenza e della morale.
Uno dei tratti più distintivi della sua creazione è il
metodo di composizione analitico, spesso chiamato retrospezione. Invece di
mostrare il crimine stesso, Ibsen inizia l'opera quando le ombre del passato
iniziano a perseguitare gli eroi nel presente. L'azione si sviluppa come
un'indagine investigativa, durante la quale i personaggi rivelano gradualmente
segreti a lungo custoditi. Inoltre, Ibsen rinunciò al verso solenne in favore
di una prosa colloquiale naturale, rendendo il teatro più autentico e crudo.
Infine, il suo realismo unì sempre immagini della realtà a simboli profondi,
come la "casa di bambola" o l'"anatra selvatica",
conferendo ai suoi drammi una dimensione filosofica universale.
"CASA DI BAMBOLA" DI HENRIK
IBSEN:
TRAMA, SIGNIFICATO E LO SCANDALO CHE
CAMBIÒ L'EUROPA
Nel suo dramma più celebre, Casa di bambola, Ibsen
costruisce magistralmente la vita apparentemente perfetta della famiglia
Helmer, al cui centro si trova l'incantevole e spensierata Nora. All'inizio
dell'opera, appare come l' "allodola" o lo "scoiattolo" di
suo marito Torvald, la cui funzione principale è intrattenere e decorare la
casa. Tuttavia, questo idillio è solo una fragile facciata che nasconde un
segreto: otto anni prima, per salvare il marito malato, Nora aveva chiesto in
prestito una grossa somma di denaro falsificando la firma del padre morente.
La tensione aumenta quando Torvald decide di
licenziare l'avvocato Krogstad, dal quale Nora ottenne il prestito. Krogstad
ricorre al ricatto, minacciando di rivelare la falsificazione. Nora crede nel
"miracolo": è convinta che Torvald si assumerà tutta la colpa per
amore suo. Tuttavia, quando la verità viene a galla, Torvald reagisce con odio,
preoccupandosi solo della sua reputazione e dello status sociale. In quel
momento, Nora si risveglia: si rende conto di aver vissuto otto anni con uno sconosciuto
che l'amava solo come un bel giocattolo, ma che non l'ha mai rispettata come
essere umano.
Nora decide di togliersi l'abito da festa e
abbandonare la casa, il marito e i figli. Non si tratta di un semplice
conflitto matrimoniale, ma di un atto rivoluzionario di scelta della dignità e
dell'indipendenza spirituale al di sopra della stabilità sociale. Il portone
che si chiude con un tonfo finale simboleggiò la fine dell'era patriarcale e
l'inizio della letteratura moderna, in cui la donna diventa la creatrice attiva
del proprio destino. Casa di bambola rimane ancora oggi un monito attuale: il
vero amore è possibile solo tra due esseri liberi ed eguali.
Anima Ribelle

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